Ad Edgar

Edgar, Edgar, Edgar a te ritrovarono
Solo, perso, in una panchina,
In delirium tremens, dimentico di te stesso
E del globo intero. Moristi da lì a breve,
Borbottando tra le labbra “Eleonora!”, “Eleonora!”.
“Dove sei? Perché mi abbandonasti così presto?
Perché la vita ti prese senza riguardo alcuno?
Dov’è la tua lapide su cui io possa piangere?
Cosa sono oggi i tuoi dorati capelli,
I tuoi meravigliosi occhi,
Le tue tenere labbra?”.
Nevermore, rispose la tua coscienza,
Nevermore, ridesti sconsolato,
Nevermore, ti ripetesti all’infinito
Ma lei, solo lei poteva risponderti,
Solo lei poteva acquietare la tua anima,
Rischiararti il cupo cuore con l’amore
Che tu dovesti abbandonare al nulla.
Il freddo gorgo se la prese, l’invincibile nemico
Non la risparmiò, e tu, il grande poeta,
Dovesti dichiararti impotente.
La pazzia ti colse provvida e ti risparmiò dolori
Altrimenti insopportabili: la vedesti per l’ultima volta,
Appena prima di morire,
In quel lampo che è la morte.



Categorie:Poesia

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