Mauro Colombo – Gian Giacomo Mora. Il barbiere milanese della peste manzoniana

Dedicato ad Aldo Giobbio

Questo è un saggio storico incentrato sulla figura del povero barbiere Gian Giacomo Mora, ingiustamente incolpato di diffondere la peste e per questo torturato orribilmente e giustiziato, e la Milano del Seicento. Il saggio si apre con una descrizione puntuale e dettagliata del funzionamento politico e amministrativo di Milano sotto la dominazione spagnola, epoca in cui avvenne la tragica peste del 1629-1631 e ben descritta da Alessandro Manzoni nel saggio storico Storia della colonna infame. Dopo questa prima parte, la storia del libro prosegue entrando nella vicenda personale di Mora e di Guglielmo Piazza, quest’ultimo commissario di sanità e accusato in un primo momento di essere l’untore e, dopo le torture ricevute, accusatore del barbiere. Mora così accusato si trovò suo malgrado al centro della vicenda. In un primo momento negò ogni accusa e solo sotto tortura ammise le sue responsabilità e accusò a sua volta i cosiddetti mandanti. Questa vicenda, tra l’altro, ispirò Pietro Verri, in pieno illuminismo, a scrivere il saggio Osservazioni sulla tortura nel 1776, in cui il filosofo spiega la totale inutilità della tortura al fine della giustizia, perché come più volte dimostrato, e questo caso è il paradigma più conosciuto, una persona sotto tortura dirà qualsiasi cosa pur di fare cessare i propri tormenti. Mora e Piazza furono condannati a morte e al supplizio, la casa del barbiere venne rasa al suolo e al suo posto fu eretta una colonna, chiamata infame, con una targa posta sul muro retrostante, scritta in latino e tuttora visibile al Castello Sforzesco. Il supplizio dei due poveracci durò per ben sei ore, prima della morte. La condanna avvenne in Piazza Vetra, dove allora avvenivano le esecuzioni capitali a Milano. I loro corpi furono bruciati e le loro ceneri sparse nel canale che allora passava in quella zona.

Il saggio di Mauro Colombo, esperto conoscitore della storia di Milano, è la descrizione non solo della morte, del processo e del supplizio in cui andò incontro il povero Mora, ma anche e soprattutto di quel periodo tragico e paranoico in cui cadde la città. Molte persone rischiarono il linciaggio solo perché sospettate di propagare la peste. La paranoia e il sospetto s’impadronirono di gran parte del popolo, incapace, visto anche i tempi, di capire la disgrazia che le era caduta addosso all’improvviso. Mentre i morti si ammucchiavano a migliaia (nessuno conoscerà mai il numero esatto dei morti, ma secondo alcune stime furono più di cinquantamila su una popolazione di circa duecentomila) e i malati aumentavano sempre più, andando a intasare il lazzaretto della città, i sopravvissuti cercarono di trovare una spiegazione umana o divina e non trovandola si diedero alla ricerca di un capro espiatorio, di un uomo da sacrificare, di una certezza di colpevolezza delinquenziale, di una colpa che si facesse carne e sangue su cui infierire la propria rabbia e paura. Così fu trovato il barbiere di Porta Ticinese e su di lui e il povero Guglielmo Piazza trovarono due corpi e due anime da straziare. Oggi la colonna infame non c’è più, abbattuta nel 1778, e al suo posto ci sono una targa commemorativa, a parziale e mai sufficiente risarcimento morale alla sua memoria da parte del Comune di Milano, e una scultura dell’artista Ruggero Menegon, del 2004.

Colombo, Mauro, Gian Giacomo Mora. Il barbiere milanese della peste manzoniana, Milano, Ledizioni LediPublishing, 2019, pp. 130.



Categorie:Antropologia, I tesori di Milano, Libri, Politica, Società, Storia

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